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Il tempo, memoria di gratuità
Il momento culturale attuale conosce una fase di grande transizione: se la domanda "che cosa posso fare?" ha attraversato gli anni '70, caratterizzati da un risveglio dell'impegno politico in senso innovativo e perfino rivoluzionario, e se la domanda "che senso ha ciò che faccio?" ha segnato gli anni '80, contraddistinti dall'attenzione ai temi etici (la pace, la giustizia, i diritti umani), dalla riscoperta dell'alterità e della differenza, a partire dagli anni '90 sembra essersi aperta una nuova fase, in cui la domanda cruciale è: "che cosa posso sperare?", domanda che esprime la ricerca del senso, del destino dell'uomo. Questo implica, forzatamente, che si deve e si dovrà prestare attenzione al tempo, e al tempo in tutte le sue dimensioni. Si tratta di trovare radici (passato) per poter fondare su di esse e nutrire grazie ad esse una speranza (futuro) e così poter vivere pienamente nell'oggi (presente). La cultura consumistico-tecnologica, tesa com'è a conquisatre spazio e ad accrescere il proprio potere su di esso, rischia di operare un'accentazione unilaterale della dimensione dello spazio a scapito della dimensione del tempo. Il tempo arriva perfino ad essere intravisto come il grande nemico all'interno di una cultura e di una società dominate dai miti dell'efficienza e della produttività, traversate dallo slogan del "tutto e subito". [...] Ma una società segnata dalla lotta contro il tempo, dalla corsa contro il tempo, rischia di conculcare le aspirazioni umane nell'ambito del tempo e si configura come società in cui non si ha più tempo. [...] Non io ordino il tempo, ma il tempo schiavizza me! [...] E' fondamentale, allora, equilibare il rapporto che l'uomo intrattiene con il "fare" salvaguardando, con il riposo festivo, alcuni aspetti del tempo: il suo essere rottura rispetto alla quotidianità, trascendimento del piano economico-produttivo e quindi memoria di gratuità.
(Enzo Bianchi, Avvenire, 23 aprile 2005)
Il perdono come atto supremo di giustizia
Nessuno può giustificare l'aberrante scelleratezza di uccidere se non la stupidità delle pratiche di violenza. Un uomo ammazzato da un altro uomo è sempre un delitto per l'umanità. E ancora più grave è la criminalità dell'atto, se colui che lo compie è o si crede d'essere dalla parte della ragione. Ogni legge non può essere scritta né interpretata senza la cognizione del perdono come atto supremo di giustizia.
(Ermanno Olmi, Il Sole 24 Ore, domenica 24 aprile 2005)
Motto ideale
Vivere con semplicità e pensare e amare con grandezza.
(William Wordsworth, 1770-1850, Gianfranco Ravasi, Mattutino, Avvenire, 22 marzo 2005)
L'unica cosa, che rimane in eterno, è l'anima umana
Abbiamo ricevuto la fede per donarla ad altri, siamo sacerdoti per servire altri. E dobbiamo portare un frutto che rimanga. Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L'unica cosa, che rimane in eterno, è l'anima umana, l'uomo creato da Dio per l'eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane, l'amore, la conoscenza; il gesto capace di toccare il cuore; la parola che apre l'anima alla gioia del Signore.
(dall'omelia del Card. Joseph Ratzinger alla Messa "Pro Eligendo Romano Pontefice", 18 aprile 2005")
Arricchimenti manageriali
E' singolare che al tanto evocato declino dell'impresa italiana corrisponda un tripudio di arricchimenti manageriali. Su venti dirigenti europei superpagati, otto sono italiani, ma tra le prime cinquanta aziende europee soltanto cinque sono italiane. Si dice: in Italia un alto dirigente d'azienda guadagna centocinquanta volte più di un operaio, in America tra le quattrocento e le cinquecento volte di più. E infatti i gruppi americani, dopo le ultime esperienze cercano di correre ai ripari rivedendo logica e regolamenti degli emolumenti e delle stock option. Condannate senza perifrasi dal premio Nobel John Kenneth Galbraith, che sull'argomento ha scritto un pamphlet nel quale sostiene che "nelle società di capitale il potere è ormai del management, una burocrazia che ha il controllo dei suoi compiti e dei suoi compensi. Compensi al limite del furto. Compensi che basano ormai il sistema della grande impresa sull'"illimitata facoltà di arricchimento".
(Affari & Finanza la Repubblica, 18 aprile 2005)
Etiquette...net, Netiquette
Un'analisi dettagliata delle principali abitudini di utilizzo della posta elettronica ha portato a identificare sette "peccati" capitali. Il primo è la tendenza a non rispondere cui fa seguito fingere di non avere ricevuto le e-mail. Un terzo elemento è non sottolineare l'urgenza del messaggio, (magari con una telefonata) dando per scontato che tutte le e-mail urgenti vengano lette; la tendenza a scrivere molto più del necessario è il quarto errore individuato dagli analisti; c'è poi chi invia la stessa e-mail a troppe persone mettendo in copia chi non è interessato. Errori di grammatica e ortografia, frasi poco chiare rappresentano la sesta tipologia di errore. L'ultimo "peccato" è la mancanza di tatto e tono inadeguato: e-mail troppo brevi, perentorie.
(Crisina Casadei, Franco Vergnano, Il Sole 24 Ore, 16 aprile 2005)
Il sono prima che il sano
Prima l'uomo e poi la malattia: il sono prima che il sano! Prima di pietas, pazienza, altruismo, genetica, mestiere, ambiente, umanità, tecnica, in campo metterei l'essere, la trascendenza dell'essere malati. Un tumore non è un tumore, ma quella persona con quel tumore; il coma non è un coma, ma il coma di quell'uomo; mai sarà lo stesso di un altro.
(Alessandro Bergonzoni, Corriere della Sera, 15 aprile 2005)
Una società che respinge chi non serve più a produrre e a consumare
Le cose e i prodotti che incessantemente inseguiamo per farli diventare nostri non sono fatti per essere posseduti, ma per essere consumati, anzi "uccisi", scriveva il filosofo Gunther Anders nel suo "L'uomo è antiquato". Noi consumatori siamo così gli alleati necessari della produzione, il nostro compito è uccidere le cose e sostituirle sempre più rapidamente con altre cose, da uccidere anch'esse rapidamente. [...] Ancora Gunther Anders: "L'umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via, tratta anche se stessa come una umanità da buttar via". Se tutto è merce da consumare, anche gli uomini diventano inesorabilmente cose da consumare. La nostra modernità, scrive il sociologo Zygmunt Bauman in Vite di scarto, è la più prolifica e meno controllata linea di produzione di rifiuti e di esseri umani di scarto della storia. Rifugiati, sfollati, richiedenti asilo, ma anche i lavoratori in esubero del'industria: sono la nuova classe dei perdenti, anzi dei de-classati, di coloro che non servono più a produrre nè a consumare, i rifiuti nascosti della nostra società. [...] Siamo ad una "crisi acuta dell'industria dello smaltimento dei rifiuti umani". Ieri, essere disoccupati era un evento temporaneo; la destinazione dei disoccupati, dell'esercito di riserva del lavoro era quello di venire richiamati in servizio attivo. Oggi, il loro destino è la discarica umana e sociale, al pari dei profughi e degli immigrati. Rifiuti, senza più possibilità di riciclaggio.
(ttl La Stampa, 9 aprile 2005, Zygmunt Bauman, Vite di scarto, ed. Laterza)
Crea tutta la felicità
Crea tutta la felicità che sei in grado di creare. Elimina tutta l'infelicità che sei in grado di eliminare: ogni giorno ti darà l'occasione, ti inviterà ad aggiungere qualcosa ai piaceri altrui, o a diminuire qualcosa delle loro sofferenze. E per ogni granello di gioia che seminerai nel petto di un altro, tu troverai un raccolto nel tuo petto, mentre ogni dispiacere che tu toglierai dai pensieri e sentimenti di un'altra creatura sarà sostituito da meravigliosa pace e gioia nel santuario della tua anima.
(Jeremy Bentham, Il Sole 24 Ore, 10 aprile 2005)
Due aprile 2005
In Piazza San Pietro, dopo che è stata data la notizia ufficiale, le persone hanno chinato il capo. Ma subito dopo è seguito l'applauso. Un applauso in nome di tutti coloro che, in quel momento avrebbero voluto essere lì, non per piangere la sua morte, ma per dire:
Grazie per aver vissuto. Grazie per averci ricordato il dono della perseveranza. Grazie per averci aperto gli occhi al dono della fede. Grazie per aver toccato il nostro cuore con il dono della volontà. Grazie perchè, in un momento in cui tutti si sentivano deboli, il tuo esempio ci ha ridato la forza. Grazie per aver proclamato la pace, dicendo che la guerra, indipendentemente dai vincitori, è sempre una sconfitta per l'umanità. Grazie per averci ricordato il rispetto che si deve al pianeta, quando hai detto: "Io bacio la terra come bacio le mani di mia madre". Grazie per essere andato incontro al tuo gregge, che aveva tanto bisogno di sentirti dire: "Io sono venuto da voi, voi siete venuti a me. Non abbiate paura di partire verso l'ignoto. Camminate con coraggio, fede e fiducia, sapendo che io sono con Voi". Queste sono tue parole, tu hai dato l'esempio, e noi continueremo ad andare avanti. Verseremo le nostre lacrime, ma speriamo che tu non le veda, che ascolti solo il nostro applauso, Giovanni Paolo II, il papa pellegrino.
(Paulo Coelho, Due aprile 2005, Il Sole 24 Ore, 8 aprile 2005)
Dono
Ciò che siamo è il dono di Dio a noi. Ciò che diventiamo è il nostro dono a Dio.
(VIDAS, Il senso della vita)
A Papa Giovanni Paolo II
In Paradisum deducant te Angeli, in tuo adventu suscipiant te Martyres, et perducant te in civitatem sanctam Jerusalem. Chorus Angelorum te suscipiat, et cum Lazaro quondam paupere aeternam habeas requiem.
(In Paradisum, Lorenzo Pelosi, 1872-1956)
Uomo di Dio, uomo fra gli uomini
Il pontefice della forza e della volontà si allontana dal panorama del mondo, dal secolo appena cominciato cui ha accompagnato il secolo precedente, circondato da una specie di vibrazione globale. Quella luce nella notte di Roma sembra una fiaccola in un mondo improvvisamente più buio. Si spegneranno quelle voci che fanno compagnia a Karol; non si attenuerà il chiarore emanato dalla figura di Giovanni Paolo, uomo di Dio, uomo fra gli uomini.
(Edmondo Berselli, la Repubblica, 1 aprile 2005)