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Quando mi donasti il cane......
Quando mi donasti il cane pensai che grazie a lui sarei entrato in contatto con una nuova migliore umanità: la ciarliera pensionata con in braccio il suo volpino, il mattiniero punk con un bassotto albino e l'affannato dottorone trascinato da un focoso bracco, erano individui che una comune passione per i cani di certo aveva reso più rispettosi e attenti, più sensibili e gentili. Ora, non che non abbia avuto questo tipo di esperienze, ma poco hanno a che fare con l'incontro tra uomo e cane. Perchè nel regno umano l'imprinting iniziale, quale che sia l'incontro, rimane tale e quale. I paranoici restano paranoici e stesso si può dire per i diffidenti e ansiosi, lugubri e schizzinosi. Soltanto gli avari e gli aggressivi, se possibile, peggiorano. Gli uni perchè non tollerano il nuovo costo della responsabilità. Gli altri perchè esibiscono la bestia come un feticcio di pericolo e potenza. E i cani? I cani, poveretti, abbozzano: illanguidiscono, contraggono nevrosi, diventano mordaci. Unica via d'uscita il sogno metamorfico: quanto sarebbe bello, pensano, potersi trasformare in tigri, balenotteri, rapaci.
(Franco Marcoaldi, Uomini e cani in Animanli in versi, Einaudi 2006)
Meta-valori e identità
Tolleranza nei confronti delle fedi di tutti, libertà e socialità, razionalismo, pluralismo, uguaglianza, diritti umani, costituzionalismo, democrazia. Alla base c'è la persona umana come tale e la sua dignità, in quanto appartenente al genere umano e indipendente dalla appartenenza a questa o a quella fede, religione, stirpe, comunità politica. Tutto questo, indubitalmente, è identità. Essa, a differenza di quella di procacciatori di identità perdute, non poggia su elementi concreti del tipo: una fede, una religione, una tradizione, una ideologia o una mitlogia, una storia, una terra, una stirpe, ecc. Non poggia su unità pre-date perchè la democrazia pluralista, per condurre a una vita comune le sue tante componenti, senza far uso di violenza, deve far leva soprattutto su valori astratti, non concreti; formali o procedurali, non materiali. La tolleranza, per esempio, dice che dobbiamo riconoscerci e rispettarci nelle nostre diversità; non dice nulla, invece, sul contenuto di queste diversità e sul modo concreto di farle convivere. La democrazia promette procedure amichevoli per dare soluzioni ai conflitti politici, ma è un metodo, non il contenuto di una decisione. Per quanto astratti e formali, tuttavia, questi non sono "meno valori" di quelli materiali e concreti. Anzi, dal punto di vista del loro significato politico, sono più alti, sono meta-valori, in quanto consentono rsipetto e convivenza pure tra quanti aderiscono a visioni della vita diverse, tra quanti aderiscono a differenti valori materiali e concreti, in breve, si riconoscono in distinte identità [...] L'identità della democrazia richiede un'elevata misura di responsabilità nei confronti della dimensione collettiva dell'esistenza. Non così le identità materiali, che vivono per se stesse, ciascuna per proprio conto, e possono contare sulla forza e sulla violenza per imporsi sulle altre.
(Gustavo Zagrebelsky, la Repubblica, 8 marzo 2006)
Era solo un bambino un po' più grande di noi
Il primo giorno della quinta elementare ero già un bambino piuttosto scafato. Da due anni infatti mi ero adattato all'idea di frequentare ogni giorno lo stesso posto insieme a altri venti bambine e bambini. All'asilo non c'ero mai voluto andare. I miei ci avevano provato. Ma scappavo perchè non mi piacevano le suore coi baffi. Anche in prima elementare volevo scappare, ma avevo capito che era una cosa seria, e che se fossi scappato sarebbero venuti in casa i carabinieri a prendermi. Sempre con i baffi, come le suore dell'asilo. Così mi sono abituato. Ai bambini e alle maestre. Ogni anno una diversa. Sempre più abituato. In quinta elementare arrivò però la sorpresa. Si presenta un maestro maschio. Non sapevo che c'erano anche i maestri maschi. Per me era come una suora maschio [...] Dopo un paio di mesi stava disegnando alla lavagna delle figure geometriche quando il gesso si spezzò in due e si sentì un rumore orribile. Il maestro lanciò un piccolo grido e disse alcune parolacce, una dietro l'altra, ad alta voce. Questa era un'altra cosa strana. Non era una donna e diceva anche le parolacce. Ma lo sguardo con cui ci chiese perdono era uno sguardo che non aveva a che fare con i ruoli. Era lo sguardo di un bambino un po' più grande di noi che proprio a causa dell'età era passato dall'altra parte della barricata e come adulto dovendo fare qualcosa per vivere aveva scelto di essere maestro maschio. Ma spezzandosi il gesso sulla lavagna abbiamo capito che era solo un bambino un po' più grande di noi e con noi voleva giocare. Lui faceva il capo. Lui insegnava e noi imparavamo. Quello abbiamo capito dal suo sguardo che ci chiedeva scusa. E da quel momento abbiamo iniziato a giocare.
(Aldo Nove, ttl la Stampa, 11 marzo 2006)
Gossip, gossip, gossip
Il prezzo delle scarpette londinesi da corsa di Velardi. La forma della piscina di Mastella. Le immagini delle nozze del sottosegretario D'Alì. Il frigorifero aperto di casa Bordon. L'appagato incedere del neo direttore Polito, con pipa, lungo le scale dell'Angiolillo. Le due jacuzzi di D'Antoni. Il contenuto della borsa di Livia Turco. Il record di astinenza sessuale di Chicco Testa. Gossip, gossip, gossip. E Casini che spalma la crema alla moglie e poi allatta con il biberon la figliola; e La Russa che spegne le candeline o brinda con una delle "larussine" (che non è un ordine religioso) [...] Ci si sorprende preda di un dubbio a suo modo marzullesco e risolutivo: è il gossip a essere entrato nella politica; o, invece, è quest'ultima, verosimilmente, che si è trasferita nel più vasto universo del chiacchericcio personalizzato, piegandosi alle sue leggi naturali? [...] Gli anni ottanta resero la politica più fragile, ma, soprattutto, assecondarono l'affermarsi di una vita pubblica sempre più estesa, spettacolare e personalizzata; e quelli che un tempo erano solo dei "capi" divennero "personaggi": come per gli attori e atleti, scoprirne le debolezze divenne quasi naturale. Una risorsa narrativa e perfino consolatoria. Si affermò quindi la cultura dei talk-show. Questi, secondo il sociologo Zygmunt Bauman, "rendono pronunciabile l'impronunciabile, il vergognoso decente e trasformano gli scheletri nel'armadio in motivi di vanto". Insieme con il crollo del muro di Berlino, crollò il confine tra sfera pubblica e sfera privata. Nella zona grigia, adesso, matura e gorgoglia di tutto. Anime e corpi, bugie e credenze, puro vaniloquio e verità segrete e nascoste, si spera, dietro il velo arido o limaccioso del gossip.
(Filippo Ceccarelli, la Repubblica, 21 aprile 2006)
Ma che cosa deve fare l'uomo?
L'uccello esiste in quanto deve volare, procacciare il cibo, costruire nidi, e quando vedo che un uccello fa questo, io mi rallegro della sua gioia. La capra, la lepre, il lupo, esistono in quanto devono nutrirsi, moltiplicarsi, nutrire la loro famiglia e, quando fanno questo, io ho ferma coscienza che essi sono felici e che la loro vita è razionale. Ma che cosa deve fare l'uomo? Egli deve provvedere alla propria vita esattamente come gli animali, ma con l'unica differenza che se vi provvederà da solo egli soccomberà: bisogna che egli provveda non soltanto per sé ma per tutti. E se lo fa, io ho ferma coscienza che egli è felice e la sua vita è secondo ragione.
(Lev Nikolaevic Tolstoj, Confessione, 1882)
Mi sembrò un ottimo guadagno
L'autore delle opere d'arte più ambite dell'India vive in un piccolo appartamento al quarto piano di una palazzina senza ascensore in un popoloso quartiere di periferia [...] Le quotazioni dei dipinti di Tyeb Metha superano quelle di ogni altro artista vivente: lo scorso autunno Mahisaura, una raffigurazione del 1997 del demone-bufalo della mitologia indù è stato battuto da Christie's a New York a 1,26 milioni di euro. Un dipinto indiano contemporaneo non aveva mai superato il milione [...] Metha sembra guardare a tutto questo con un atteggiamento di divertito distacco. Definisce "insensato" l'aumento dei prezzi delle opere d'arte, ma è lieto di veder riconosciuto il proprio talento. "E' bello che il successo arrivi quando si è ancora in vita", dice. "Io ho 80 anni e l'Onnipotente può farmi fuori in ogni momento. Se c'è gente che ha i soldi per comperare i miei quadri, che li compri". In realtà, Metha ha tratto ben poco vantaggio finanziario dal boom dell'arte indiana. Le quotazioni delle sue opere sono salite a dismisura ma i quadri sono passati di mano in mano da quando li ha dipinti e le vendite rientrano nel mercato secondario. Ora potrebbe mettersi a sfornare disegni e dipinti per sfruttare il mercato, ma non lo ha fatto. Metha non è mai stato eccessivamente prolifico e oggi produce molto poco. I critici lo collocano tra gli artisti indiani meno commerciali. Ama sottolineare che Vincent Van Gogh morì povero in canna [...] Vendette il primo quadro dopo 12 anni di attività, ad una acquirente portata dal suo amico e collega pittore M.F. Hussein. Metha le vendette quattro tele per l'equivalente odierno di 25 euro. "MI sembrò un ottimo guadagno", dice. "Si viveva con poco allora, con semplicità. Oggi la semplicità non esiste più".
(Somini Sengupta, The New York Times, la Repubblica, 6 febbraio 2006)
Spezzate sempre senza pietà l'amicizia divenuta catena
La sfera dell'amicizia è il più spontaneo, il più fine, il più profondo, il più profumato, il più personale mondo che ognuno si crea [...] La cosa più dolce nell'amicizia è che ciascuno vive in una certa misura per l'altro, e fa regnare nel proprio animo le esigenze dell'altro. Ma in ciò consiste anche la sua fragilità, la sua sorgente di amarezze. Nessuno sa con precisione quale sia il limite, in sé e nell'altro, entro cui questa lieta abdicazione vige. Quando tale limite si tocca, per lo più inconsapevolmente, poiché se se ne avesse avuto sentore si sarebbe evitata la zona pericolosa, si cede ancora, forse, all'esigenza dell'amico, ma è un sacrifizio quel che si fa, e ciò dà subito il senso di avere su di lui un diritto di rappresaglia. L'amicizia si converte in una catena, e il destino di ogni catena è quello di tener legato un prigioniero, se è abbastanza forte; o di essere spezzata se non lo è. Amici miei, spezzate, spezzate sempre senza pietà l'amicizia divenuta catena. Io vi comprenderò sempre e ve ne sarò grato.
(Altiero Spinelli, 1907-1986, la Repubblica, 13 aprile 2006)
Meditazioni d'impresa
Pierluigi Celli, direttore generale della Luiss, lancia le "meditazioni d'impresa" per le nuove classi dirigenti. Una cinquantina di manager si siedono fra i banchi della cappella della cinquecentesca villa del cardinale Guastavillani, sulle colline bolognesi, e in silenzio totale si mettono in ascolto del monaco che per mezz'ora intona il canto gregoriano. Uomini abituati a riempire le loro giornate di parole e di azione, dove il tempo è denaro e il silenzio un vuoto inconcepibile, accettano di mettersi all'ascolto dell'infinito per capire meglio il finito, per fare ordine dentro di sé e riscoprire nel silenzio la fonte della creatività. Fondamentale per chi guida un'impresa [...] Racconta Pierluigi Celli: "La differenza fra un'impresa di successo ed una che non ha successo oggigiorno non sono gli strumenti a disposizione, ma le idee, i valori portanti, l'entusiamo, la forza della motivazione. Ecco lo stile della meditazione e dell'ascolto del gregoriano ci aiuta a recuperare spazio per pensare, per essere creativi. Del resto è uno stile che recupera la nostra storia occidentale. E quindi è certo più vicino per le nostre imprese dei training motivazionali di modello anglo-americano".
(Pierangelo Giovanetti, Avvenire, 11 aprile 2006)
Ho studiato canto gregoriano per otto anni. E' un canto diverso da ogni altro, perchè non è canto, è preghiera. Tanto più bella, quanto più umile. E' un canto monodico, per questo richiede umiltà: non devono emergere più voci, ma una sola voce. Ascolti il tuo vicino e moduli la tua voce sulla sua, in modo da realizzare, in perfetta fusione, un'unica armonia. Così impari ad ascoltare e sai ascoltare anche il silenzio. gabriella
Le culture di ogni terra
Non voglio che la mia casa sia cinta da mura su ogni lato e le mie finestre sbarrate. Io voglio che le culture di ogni terra circolino nella mia casa con la massima libertà.
(Mahatma Gandhi, 1869-1948, Reset, marzo-aprile 2006)
Uno sguardo e una parola
Le tecnologie della comunicazione pretendono di abolire ogni distinzione, di ingannare gli ostacoli del tempo e dello spazio, di dissolvere le oscurità del linguaggio, il mistero delle parole, le difficoltà delle relazioni, le incertezze dell'identità o le esitazioni del pensiero. Le immagini vengono prima, sono spesso rincorse dal turista e spesso anche da chi scrive. Il rinvio di sé agli altri e degli altri a sé, che idealmente racchiude la definizione sia del viaggio che della scrittura, è oggi minacciato dall'illusione di sapere tutto, d'aver visto tutto e, soprattutto, di non avere più nulla da scoprire. Eppure ci sono, nel mondo che ci circonda e in ognuno di noi, delle zone che resistono all'evidenza. Lo scopo del viaggio, della ricerca letteraria dovrebbe essere l'esplorazione di queste zone di resistenza. In un certo senso i non-luoghi e le immagini sono saturi di umanità: prodotti da uomini, frequentati da uomini, ma da uomini esclusi dalle loro relazioni reciproche, dalla loro esistenza simbolica. Sono spazi che non si coniugano né al passato, né al futuro, bensì al presente, senza nostalgia né speranza. Richiedono uno sguardo e una parola; uno sguardo per ricostituire una relazione minima che renda loro una dimensione simbolica, sociale; una parola che li integri in un racconto [...] Gli uomini non possono vivere soli: hanno bisogno di legami, anche se capita di sentirsene prigionieri, di rassegnarvisi o di volerli rompere. Hanno bisogno di paesaggi e quindi anche di testi che li ricreano trasformandoli. La scrittura lega le parole e gli esseri, gli esseri tramite le parole, il lettore all'autore e i lettori tra loro. La scrittura e il paesaggio sono simbolici, ci parlano di ciò che condividiamo e che, per ciascuno di noi, resta diverso.
(Marc Augé, antropologo, Nòva-Il Sole 24 Ore, 6 aprile 2006)
Ragazzi che hanno voglia di cambiare ma non vengono mai rappresentati
I giovani visti in televisione m'infastidiscono, vogliono tutti diventare famosi, sono uno contro l'altro, pensano ai telefonini, una generazione di rincoglioniti. Io invece incontro ragazzi che hanno voglia di cambiare ma non vengono mai rappresentati. Eppure esistono, esiste la "ri-generazione". Chi fa una cosa che ama, conserva la sua unicità.
(Fabio Volo, la Repubblica, 3 aprile 2006)
Paese che non ha più campanelli
Ma piove il cielo sulla città, tu con il cuore nel fango. L'oro e l'argento, le sale da the, paese che non ha più campanelli.
(Matia Bazar, Vacanze romane)
La democrazia è "il governo attraverso la discussione"
Quando ci si chiede se i paesi occidentali possano "imporre" la democrazia al mondo non occidentale, la parola "imporre" rispecchia confusione, poichè implica che la democrazia "appartenga" in modo esclusivo all'Occidente, che sia un'idea "occidentale" che ha avuto origine ed è fiorita in Occidente. E' un modo fuorviante di interpretare storia e democrazia. La democrazia è "il governo attarverso la discussione" per usare la vecchia espressione di Stuart Mill, e il voto è solo l'aspetto di un quadro più ampio [...] In quasi tutti i Paesi vi è una tradizione di pubblico dibattito e la democrazia moderna può fondarsi sul dialogo, un comune patrimonio umano. Nella sua autobiografia, Nelson Mandela descrive quanto venne influenzato, da ragazzo, vedendo i criteri democratici delle riunioni nella sua città natale: "Tutti quelli che volevano parlare, potevano farlo. Era democrazia pura. Forse c'era una gerarchia data dall'importanza degli oratori, ma tutti venivano ascoltati, capi e sudditi, guerrieri e santoni, negozianti e coltivatori, proprietari terrieri e lavoratori". Mandela ha costruito le sue idee di democrazia dando valore agli aspetti più utili della tradizione locale, come Gandhi in India e così le culture si adattano e si sviluppano davanti alla modernità. La ricerca di Mandela, democrazia e libertà, non è emersa da "un'imposizione" occidentale [...] La dinamica culturale non deve costruirsi dal nulla, né il futuro deve essere legato alle opinioni della maggioranza o dell'ortodossia contemporanee [...] Il passato e le libertà ci offrono più scelta di quanto sostenuto dai deterministi culturali di oggi. L'illusione di una predestinazione culturale impone un alto costo all'impoverimento delle vite umane e delle libertà stesse.
(Amartya Sen, premio Nobel per l'economia 1998, Corriere della Sera, 3 aprile 2006)