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Tuesday, February 03, 2004

Costruire un  altro mondo per fermare la barbarie

"...dobbiamo cambiare le regole dell'economia globale, perchè è la logica del capitalismo globale che è la fonte della distruzione della società e dell'ambiente. La sfida è che, mentre decostruiamo il vecchio, osiamo immaginare il nuovo e, conquistare ad esso sempre più cittadini. Al contrario di quanto dicono gli ideologi dell'establishment, i principi che servono da pilastri di un nuovo ordine mondiale, ci sono. Il principio base è che, anzichè essere il mercato a guidare la società, l'economia debba essere riportata nella società e governata dai valori della solidarietà, della giustizia, dell'equità. A livello internazionale, l'economia globale deve essere deglobalizzata, o ripulita dalla distorcente logica del profitto aziendale, e realmente internazionalizzata. Cioè, la partecipazione nell'economia internazionale deve servire a rafforzare e sviluppare, piuttosto che a disintegrare e distruggere le economie locali e nazionali......"

(dal discorso di Walden Bello, pronunciato al parlamento svedese per la consegna del Right livelihood award, il cosiddetto Nobel alternativo)   

posted by: gabriella at 08:53 | link | comments (7) |


Comments:
#1  03 February 2004 - 13:05
 
ehi, purtroppo in questi giorni sono presissimo e non riesco fermarmi un attimo x fare dell giuste riflessioni su questi temi piuttosto importanti, davvero essenziali x questi tempi. intanto, complimenti per la scelta del pensiero.
Contact me View user's mediablog howard
#2  03 February 2004 - 14:01
 
Complimenti a te howard: anch'io ti monitoro........
Contact me View user's mediablog gabriella
#3  19 February 2004 - 11:43
 
La globalizzazione include ed escude. Gli inclusi prosperano e gli esclusi no. Il problema è come entrare nel club dei fortunati. L'idea che la globalizzazione sia un club emerge dall'analisi storica del fenomento, svolta nel volume a cura di Michael D. Bordo, Alan M.Taylor e Jeffrey Williamson, pubblicato recentemente da Chicago University Press. Il libro raccoglie i saggi di economisti e storici economici. Ma perchè del club non riescono a diventare tutti soci? In parte perchè non tutti i paesi vogliono parteciparvi (esempio l'uscita dell'America Latina), in parte perchè non sempre i vecchi soci facilitano l'ingresso. Sostengono lo storico Nicholas Craft e l'economista Anthony Venables, nel saggio che analizza il problema dell'aggregazione geografica: "la globalizzazione non genera un processo di convergenza costante e diffusa dei paesi poveri verso i paesi ricchi, ma il rapido ingresso di alcuni, molto selezionati nel club degli inclusi". (Michael D. Bordo, Alan M. Taylor e Jeffrey G. Williamson "Globalization in Historical Perspective", National Bureau of Economic Research e Chicago University Press, 2003. Il Sole 24 Ore, Domenica 4 gennaio 2004)
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#4  11 March 2004 - 10:04
 
"La globalizzazione per se stessa non è un problema. La globalizzazione in economia, nelle scienze, in matematica, nella musica è qualcosa che arricchisce l'umanità, è un fatto assolutamente positivo. Il problema è l'ineguaglianza a partecipare nella globalizzazione". (Amartya Sen, La Repubblica-Cultura, 11 marzo 2004)
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#5  11 March 2004 - 10:43
 
"La razionale follia del mondo moderno era tutta concentrata lì, in quei pochi, meravigliosi, vitali chilometri quadrati di cemento fra l'East River e l'Hudson, sotto un cielo terso, sempre pronto a riflettere l'increspato splendore delle acque. Quello era il cuore di pietra del dilagante, disperante materialismo che sta cambiando l'umanità; quella era la capitale di quel nuovo, tirannico impero verso il quale tutti veniamo spinti, di cui tutti stiamo diventando sudditi e contro il quale, istintivamente, ho sempre sempre sentito di dovere, in qualche modo resistere: l'impero della globalizzazione". (Un altro giro di giostra.Viaggio nel bene e nel male del nostro tempo, Tiziano Terzani, Longanesi 2004)
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#6  16 March 2004 - 15:03
 
"Raramente le grandi teorie economiche durano più di qualche decennio. Il ventesimo secolo ha visto crollare prima il 'liberoscambismo'; il comunismo è durato un pò più a lungo". Adesso, scrive John Ralston Saul su Harper's, è scoccata l'ora della globalizzazione. "Per anni è stata una religione, più che un'ideologia, 'una santa trinità fatta di mercati fiorenti, tecnologia inarrestabile e manager senza frontiere', che ha attecchito in paesi imbevuti di mitologie greche e giudaico-cristiane proprio per la sua 'bizzarra confusione di salvezza, fatalismo e castigo'. Oggi, però, sta morendo per le sue stesse contraddizioni. Siamo nel mezzo di una catastrofe politica caratterizzata da livelli impressionanti di violenza nazionalista, l'esatto contrario dell'ideologia di un mondo unificato dai mercati. E come se non bastasse, 'la globalizazione non è più globale': l'America Latina, l'Africa e buona parte dell'Asia non ci credono più". (Internazionale, 12-18 marzo 2004)
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#7  19 March 2004 - 11:40
 
Il limite maggiore della globalizzazione, che ne ha prodotto il riflusso non solamente economico, ma soprattutto culturale e politico, è che essa ha creato il "consumatore globale", ma non il "cittadino globale". In altri termini, il processo di globalizzazione ha incrementato, con successo, l'eguaglianza delle opportunità (di scelta) del consumatore, ma ha contemporaneamente ridotto le opportunità di decisione (politica) del cittadino. Ora, i fautori della globalizzazione, che avevano celebrato i trionfi della new economy sull'onda della crescita economica americana, stanno prendendo atto che dopo la "scorpacciata di mondializzazione" è giunto il momento della sfida alla distribuzione ineguale della ricchezza e del recupero della centralità dell'individuo rispetto al mercato. (Economia senza cittadini? Settimo rapporto sull'economia globale e l'Italia, Mario Deaglio, Giorgio S. Frankel, Pier Giuseppe Monateri, Anna Caffarena, per il Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi. Guerini e Associati, ed. 2002)
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