Il salotto a ruota libera
::Mash-ups in Italy::
cartebollate online
dmag.it il blog senza cellulite.
DockSouls
escamillo
Estemporanee.com
filibusta
Il blog di ocrampal
Il Blog di Raffaele Barberio
jtheo 2.0
Net Sourcer, il blog di Alessandro Palmisano
p/p
pongomania!
tòmitò-mitòmì
Vittorio Pasteris ParoleFattiPensieri
today
January 2007
December 2006
November 2006
October 2006
September 2006
August 2006
July 2006
June 2006
May 2006
April 2006
March 2006
February 2006
January 2006
December 2005
November 2005
October 2005
September 2005
August 2005
July 2005
June 2005
May 2005
April 2005
March 2005
February 2005
January 2005
December 2004
November 2004
October 2004
September 2004
August 2004
July 2004
June 2004
May 2004
April 2004
March 2004
February 2004
January 2004
visited *loading* times
Generazione duty free
Fanno un lavoro che le costringe a spostarsi di continuo tra le più grandi capitali del mondo. Costituiscono una nuova élite; non sono emigrati qualunque, ma i membri di una classe dirigente globale che sembra non avere più radici. Il rappresentante tipico di questa generazione duty free ha meno di 35 anni. Non sono solo banchieri, contabili e manager, ma anche funzionari pubblici e tutti quelli che lavorano per sigle come l'Onu o le ong. Si ipotizza che corrispondano al 5% della forza lavoro complessiva dei paesi ricchi che costituiscono l'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici), il che equivale a circa 27 milioni di persone. Queste persone hanno un rapporto molto strano sia con la società che le ospita sia con il paese che hanno lasciato. Si ha la fastidiosa sensazione che non siano cittadini nel vero senso della parola. Possono votare e devono pagare le tasse, requisiti minimi della cittadinanza moderna, ma non è chiaro che altro devono fare. L'esperienza ci dice che tutte queste persone alla fine torneranno a casa o si stabiliranno da qualche parte. Il che, probabilmente, significa che dovranno scoprire il loro paese d'origine solo dopo averne conosciuti altri. Ma forse non c'è niente di male.
(New Statesman, Internazionale, 23 aprile 2004)
