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L'obbligo morale di sapere cosa accade in altre parti del mondo
Il libro di Sebastiao Salgado, The End of the Road, appena uscito per la University of California Press, aveva atteso parecchi anni prima di essere pubblicato negli Stati Uniti. Vent'anni fa, Salgado trascorse quindici mesi in quell'arida regione a sud del Sahara scattando con la sua Leica 33-mm foto di profughi ridotti allo stremo. E alla fine ne spedì per posta un buon numero a un amico, Fred Ritchin, ex responsabile del settore fotografico del New York Times Magazine, nella speranza che potessero interessare a un museo o a un editore. Le immagini di esili figure che si stagliano sull'orizzonte del deserto nel Ciad, in Etiopia, nel Mali e nel Sudan sembrano quasi in movimento...[..] Un ragazzo emaciato arranca sulla sabbia con le gambe sottili come i rami secchi degli alberi sullo sfondo. Un padre trasporta il figlioletto senza vita in un campo profughi. Glielo aveva promesso prima che morisse. Quelle foto tornano d'attualità oggi che la fame attanaglia la regione del Darfur. Ma vent'anni fa, gli editori dissero a Ritchin che nessuno avrebbe comprato un libro del genere a causa del suo contenuto. Salgado obiettò che il pubblico aveva l'"obbligo morale" di sapere cosa stava accadendo in altre parti del mondo. Un agente letterario scoppiò a piangere dopo che aveva visto quelle immagini, ma disse che erano troppo deprimenti. Così il libro venne pubblicato soltanto in Francia (nel 1986) e in Spagna (nel 1988). Ritchin si mise in contatto con alcuni musei, senza però riuscire a convincere nessuno ad organizzare una mostra. Finalmente, il libro è stato pubblicato in America il mese scorso su intercessione di Ken Leight, docente della Università di California che ne dirige la scuola di fotografia....[..] "La fotografia è soltanto un linguaggio" spiega Salgado. Ma quel che più gli sta a cuore è che il tema venga discusso. Ritchin però teme che il pubblico sia più attratto dalla fama del suo amico che non dal contenuto delle fotografie. "Inorridirei al pensiero che negli anni 40 sarebbe stato necessario un Cary Grant per parlare dell'Olocausto perchè qualcuno provasse a reagire", dice sconsolato.
(The New York Times, la Repubblica, 17 novembre 2004)
