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Una virtù sempre meno amata nella società contemporanea
Esiste ancora il pudore? [...] Assistiamo a una pubblicizzazione del privato, che è perfettamente in linea con talune caratteristiche di fondo della società contemporanea: propensione al consumo e dunque riduzione di ogni realtà a prodotto da esibire perché possa essere venduto, prevalere della funzione visiva (l'immagine seduce di più), supremazia dei valori tecnici (come fare) su quelli etici (perché fare). E dunque corpi, emozioni, sentimenti, vengoni utilizzati come cose. [..] Con una paradossale inversione di significato, la perdita del pudore viene spacciata per libertà, mentre di fatto è un'appropriazione dell'intimità, e dunque un tentativo di cancellazione dell'umano. Nella Bibbia (Genesi 3,7) il pudore è primariamente connesso con l'autoconsapevolezza: "Si aprirono gli occhi di tutti e due (Adamo e Eva) e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture". Nel momento in cui acquistano coscienza di sé, Adamo e Eva diventano esseri umani, acquistano cioè una soggettività che è un esser distinti, e dunque il risultato di una separazione. L'esperienza della individualità é perciò esperienza di solitudine e di distanza, ma anche di intimità con noi stessi, con quel nucleo nascosto che ci differenzia dagli altri. Il pudore allora è una sorta di barriera protettiva a difesa dell'intimità: pone dei limiti, sancisce delle discontinuità e, contro quella che oggi è diventata una "dittatura della trasparenza", stabilisce degli interdetti.
(Augusto Romano, ttl La Stampa, 19 febbraio 2005)
