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Il tempo, memoria di gratuità
Il momento culturale attuale conosce una fase di grande transizione: se la domanda "che cosa posso fare?" ha attraversato gli anni '70, caratterizzati da un risveglio dell'impegno politico in senso innovativo e perfino rivoluzionario, e se la domanda "che senso ha ciò che faccio?" ha segnato gli anni '80, contraddistinti dall'attenzione ai temi etici (la pace, la giustizia, i diritti umani), dalla riscoperta dell'alterità e della differenza, a partire dagli anni '90 sembra essersi aperta una nuova fase, in cui la domanda cruciale è: "che cosa posso sperare?", domanda che esprime la ricerca del senso, del destino dell'uomo. Questo implica, forzatamente, che si deve e si dovrà prestare attenzione al tempo, e al tempo in tutte le sue dimensioni. Si tratta di trovare radici (passato) per poter fondare su di esse e nutrire grazie ad esse una speranza (futuro) e così poter vivere pienamente nell'oggi (presente). La cultura consumistico-tecnologica, tesa com'è a conquisatre spazio e ad accrescere il proprio potere su di esso, rischia di operare un'accentazione unilaterale della dimensione dello spazio a scapito della dimensione del tempo. Il tempo arriva perfino ad essere intravisto come il grande nemico all'interno di una cultura e di una società dominate dai miti dell'efficienza e della produttività, traversate dallo slogan del "tutto e subito". [...] Ma una società segnata dalla lotta contro il tempo, dalla corsa contro il tempo, rischia di conculcare le aspirazioni umane nell'ambito del tempo e si configura come società in cui non si ha più tempo. [...] Non io ordino il tempo, ma il tempo schiavizza me! [...] E' fondamentale, allora, equilibare il rapporto che l'uomo intrattiene con il "fare" salvaguardando, con il riposo festivo, alcuni aspetti del tempo: il suo essere rottura rispetto alla quotidianità, trascendimento del piano economico-produttivo e quindi memoria di gratuità.
(Enzo Bianchi, Avvenire, 23 aprile 2005)
