Il salotto a ruota libera
::Mash-ups in Italy::
cartebollate online
dmag.it il blog senza cellulite.
DockSouls
escamillo
Estemporanee.com
filibusta
Il blog di ocrampal
Il Blog di Raffaele Barberio
jtheo 2.0
Net Sourcer, il blog di Alessandro Palmisano
p/p
pongomania!
tòmitò-mitòmì
Vittorio Pasteris ParoleFattiPensieri
today
January 2007
December 2006
November 2006
October 2006
September 2006
August 2006
July 2006
June 2006
May 2006
April 2006
March 2006
February 2006
January 2006
December 2005
November 2005
October 2005
September 2005
August 2005
July 2005
June 2005
May 2005
April 2005
March 2005
February 2005
January 2005
December 2004
November 2004
October 2004
September 2004
August 2004
July 2004
June 2004
May 2004
April 2004
March 2004
February 2004
January 2004
visited *loading* times
La banalità, mancanza di idee: sulla vita, su se stessi, sugli altri
Che cos'è la banalità? La parola viene comunemente usata per indicare qualcosa di convenzionale, di insignificante; essere banali significa essere mediocri. In realtà, la parola ha un'origine interessante. Banale deriva da ban, il proclama del signore feudale, da cui banal che indica "ciò che appartiene al feudatario", e successivamente ciò che è "comune agli abitanti del villaggio. Banale come "comune", che è di tutti. Questo è l'uso iniziale, ma c'è anche un altro significato implicito nell'uso della parola [...] Nel 1963 Hannah Arendt scrive: "Eichmann a Gerusalemme", a cui aggiunge un illuminante sottotitolo: un rapporto sulla banalità del male. Questo sottotitolo "banalità del male" è diventato nei quarant'anni seguenti una di quelle frasi che condensano il senso di un'epoca: viviamo in un'età in cui anche il male è banale. Hannah Arendt voleva cioè significare che Adolf Eichmann (l'uomo accusato di aver organizzato lo sterminio di migliaia di uomini, ebrei deportati da ogni parte d'Europa), non era l'immagine luciferina del Male assoluto, ma assomigliava piuttosto al nostro vicino di casa. In un passaggio del suo libro, Hannah Arendt riporta una frase pronunciata da Eichmann: "Il linguaggio burocratico è la mia unica lingua" [...] Ai giudici del processo contro di lui, il criminale nazista appare dedito a "chiacchere vuote". In realtà la sua banalità dipende da una vistosa incapacità di pensare, "di pensare dal punto di vista di qualcun'altro". Qui sta la questione, su cui Hannah Arendt torna in un altro punto del suo libro: "Comunicare con lui era impossibile, non perchè mentiva, ma perchè le parole e la presenza degli altri, e quindi la realtà in quanto tale, non lo toccavano". Lei lo giudica "incapace di parlare il linguaggio comune" [...] Non era uno stupido; era semplicemente senza idee e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali. Di Eichmann, ci sta dicendo Hannah Arendt, ce n'è uno solo. E tuttavia nella sua unicità la definizione di "banalità" che la filosofa enuncia in modo così semplice, è notevole: assenza di idee. La banalità non è dunque l'ovvio o il mediocre, ma la mancanza di idee: sulla vita, sugli altri, su se stessi.
(Marco Belpoliti, Crolli, Giulio Eiinaudi Editore, 2005)
