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Tuesday, July 26, 2005

La banalità, mancanza di idee: sulla vita, su se stessi, sugli altri

Che cos'è la banalità? La parola viene comunemente usata per indicare qualcosa di convenzionale, di insignificante; essere banali significa essere mediocri. In realtà, la parola ha un'origine interessante. Banale deriva da ban, il proclama del signore feudale, da cui banal che indica "ciò che appartiene al feudatario", e successivamente ciò che è "comune agli abitanti del villaggio. Banale come "comune", che è di tutti. Questo è l'uso iniziale, ma c'è anche un altro significato implicito nell'uso della parola [...] Nel 1963 Hannah Arendt scrive: "Eichmann a Gerusalemme", a cui aggiunge un illuminante sottotitolo: un rapporto sulla banalità del male. Questo sottotitolo "banalità del male" è diventato nei quarant'anni seguenti una di quelle frasi che condensano il senso di un'epoca: viviamo in un'età in cui anche il male è banale. Hannah Arendt voleva cioè significare che Adolf Eichmann (l'uomo accusato di aver organizzato lo sterminio di migliaia di uomini, ebrei deportati da ogni parte d'Europa), non era l'immagine luciferina del Male assoluto, ma assomigliava piuttosto al nostro vicino di casa. In un passaggio del suo libro, Hannah Arendt riporta una frase pronunciata da Eichmann: "Il linguaggio burocratico è la mia unica lingua"  [...] Ai giudici del processo contro di lui, il criminale nazista appare dedito a "chiacchere vuote". In realtà la sua  banalità dipende da una vistosa incapacità di pensare, "di pensare dal punto di vista di qualcun'altro". Qui sta la questione, su cui Hannah Arendt torna in un altro punto del suo libro: "Comunicare con lui era impossibile, non perchè mentiva, ma perchè le parole e la presenza degli altri, e quindi la realtà in quanto tale, non lo toccavano". Lei lo giudica "incapace di parlare il linguaggio comune" [...] Non era uno stupido; era semplicemente senza idee e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali. Di Eichmann, ci sta dicendo Hannah Arendt, ce n'è uno solo. E tuttavia nella sua unicità la definizione di "banalità" che la filosofa enuncia in modo così semplice, è notevole: assenza di idee. La banalità non è dunque l'ovvio o il mediocre, ma la mancanza di idee: sulla vita, sugli altri, su se stessi.

(Marco Belpoliti, Crolli, Giulio Eiinaudi Editore, 2005)   

posted by: gabriella at 13:34 | link | comments |

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