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Non c'è giustizia senza libertà di perseguirla
La speranza di giustizia è una condizione di esistenza e questa condizione viene meno non solo laddove esiste oppressione (si pensi ai suicidi nei ghetti o campi di sterminio), ma anche per rassegnazione, atrofia, stordimento, nichilismo morali. Penso al sentimento di angoscia diffuso nelle materialistiche società opulente di cui tratta il celebre saggio di Sigmunt Freud su Il disagio della civiltà o all'"epidemia di suicidi" nella Russia disorientata dopo la liberazione dei servi della gleba, di cui parla a più riprese Dostoevskij. La giustizia è remota non solo quando ogni libertà di perseguirla è spenta ma anche quando, al contrario, la libertà (come assenza di costrizione) è assicurata ma non si sa a che cosa applicarla, a che cosa finalizzarla. C'è nelle Lettere della giovinezza di Vittorio Foa una definizione di libertà che merita di figurare accanto a quelle classiche di un Montesquieu, di un Kant o di un Hegel: "Ogni vera libertà personale non può esprimersi altrimenti che nel poter scegliere il modo di rinunciarvi" (lettera del 23 settembre 1940). Ma se non c'è nulla di giusto che, anche volendo, valga la pena della rinuncia? Giustizia e libertà, come esigenze esistenziali, mostrano così di implicarsi, di non potere fare a meno l' una dell'altra: non c'è giustizia senza libertà di perseguirla; non c'è libertà senza una giustizia che meriti di essere perseguita.
(Carlo Maria Martini, Gustavo Zagrebelsky, La domanda di giustizia, Einaudi Editore, 2003)
