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Thursday, September 15, 2005

Crescita zero: una buona occasione

Un senso di inquietudine pervade sia i singoli individui sia le imprese che si sentono impotenti a modificare l'andamento dell'economia, un rallentamento della crescita, quando non addirittura una crescita zero. E qui siamo a quella parola subdola: "crescita" che gli economisti applicano sia ai paesi diseredati che raccolgono tra l'altro i quattro quinti dell'umanità, sia ai paesi già sviluppati che nonostante ciò "devono crescere". Fin dove? [...].  Quando dico economia non dico solo commercio, industria e finanza, ma dico soprattuto mentalità diffusa, categoria dello spirito del nostro tempo, perchè questo è diventato, nel modo di pensare e di sentire di tutti, l'imperativo categorico della crescita [...]. Se in cambio dei soldi che toglie dalla nostre tasche, la crescita zero ci desse l'opportunità concreta di incominciare a riflettere sull'assurdo ritmo che aveva acquistato la nostra esistenza, sulla qualità della nostra comunicazione ormai troppo mediata, sulla natura un po' ambigua del nostro amore fatto ormai solo di cose, e soprattutto sul fatto che regolare tutto sul modello di una crescita all'infinito ha parentela con l'assurdo, allora anche la crescita zero, che finora tocca solo i nostri soldi e non la nostra pelle o la dignità dell'uomo come ancora accade in troppe parti del mondo, può essere accettata come una buona occasione per raddrizzare non solo il nostro costume, ma anche la qualità del nostro sguardo sulla vita e sul mondo. Ciò può avvenire incominciando magari a rinunciare all'individualismo sfrenato e aggressivo degli ultimi decenni, per privilegiare il "noi" rispetto all'"io" [...]. Nel mondo dell'opulenza compriamo, in modo maniacale merci e sempre più merci per compensare la depressione che ci deriva dalla mancanza di relazioni, che siano vere e non solo funzionali come esige la logica del lavoro. Non sarebbe impossibile invertire la tendenza, perchè la felicità, nonostante la pubblicità vi alluda, non ci viene dall'ultima generazione di telefonini o di computer e più in generale di "prodotti", ma da uno straccio di "relazione" in più che il lavoro come servizio (e non solo come produzione) potrebbe incominciare a garantire.

(Umberto Galimberti, la Repubblica, 2 settembre 2005) 

posted by: gabriella at 08:43 | link | comments |

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