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Friday, November 25, 2005

Il dogma della globalizzazione

Il mercato è ormai il solo sistema attraverso il quale si gioca e si organizza la competizione tra le nazioni, e si devolvono le ricchezze e le posizioni al loro interno. L'uno implica l'altra. Quali che fossero le intenzioni iniziali, il mercato incita alla competizione e alla conquista di vantaggi concorrenziali, suscitando una dinamica irresisitibile, ove in definitiva tutto si gioca sulle considerazioni attinenti ai costi, alle innovazioni, alla ricerca e alle posizioni dominanti, in una sorta di simbiosi con l'attuale temperie individualista. Ora, il "socialismo", che in qualunque sua forma introduce comunque le nozioni di collettività e di condivisione, interferisce profondamente con i meccanismi di mercato, tanto da costituire un handicap di competitività per il paese che vi si azzardi. E' questa la credenza generalizzata del periodo in cui viviamo, ulteriormente rafforzata dalle litanie sull'impossibilità del socialismo in un solo paese. Eppure, anche oggi è il modello di solidarietà attuato alla fine della seconda guerra mondiale da parte dei paesi occidentali, e in particolare in Europa, a dar corpo al nostro immaginario e a costituire il nostro retaggio. Ma i governanti sono soggetti alle pressioni esterne dei loro omologhi, e non possono ignorare il modello oggi dominante, se non vogliono incorrere in gravi rischi. Quali che fossero le loro convinzioni iniziali, devono stare al gioco del mercato. Insensibilimente, ciascun paese si è dunque visto costretto ad operare per ampliare il perimetro del mercato (attraverso le privatizazzioni) e per accrescerne l'efficienza (mediante la deregulation). Pare che queste esigenze si impongano a tutti i governi, indipendentemente dalla loro ispirazione dottrinale. Esse costituiscono il "programma comune" dei paesi industrializzati e di tutti quelli che aspirano ad accedere allo sviluppo [...] Questo discorso (il dogma della globalizazzione) è recepito in modi diversi dai vari stati del pianeta. Quelli che dispongono di sufficiente potenza o volontà politica si permettono di deviare spesso dalla rotta prescritta, avendo cura di protestare al tempo stesso la propria adesione alla sua economia generale. Mentre i paesi emergenti o in crisi vi si adeguano a malincuore, non potendo fare diversamente.

(Jean-Paul Fitoussi, da "La politique de l'impuissance" con Jean-Claude Guillebaud. Copyright ed. Arléa. Trad. di Elisabetta Horvat, La Repubblica, 25 novembre 2005)

posted by: gabriella at 15:14 | link | comments |

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