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Babette, l'ultima artista del dono
C'è almeno un testo nella letteratura del XX secolo che si può considerare come una grande parabola disperata sul dono e l'artista: Il pranzo di Babette, di Karen Blixen. Babette, grande cuoca parigina esiliata in Norvegia dopo la Comune, diventata modesta cameriera, vince diecimila franchi alla lotteria. Il lettore ritrova così la Fortuna. Ritroverà anche la larghezza e il dono del cibo: Babette, invece di rientrare a Parigi, spende tutta la sua fortuna per offrire un festino, in una comunità di puritani, alle sue austere padrone. I commensali gusteranno quasi a loro insaputa un momento di intensa felicità, ma quel dono straordinario non sarà veramente riconosciuto. La donatrice non sarà ringraziata. Il solo che abbia indovinato ciò che gli è stato offerto, un vecchio generale malinconico, rimane chiuso nel suo dolore. "Non avreste dovuto spendere per noi tutto quello che possedevate" dicono a Babette l'indomani. "Sono una grande artista", risponde lei. Ironia: il pastore defunto, di cui il festino celebrava l'anniversario, soleva dire ai suoi parrocchiani: "Le sole cose terrene che abbiamo diritto di portare in cielo sono quelle che abbiamo donato".
(Jean Starobinski, A piene mani. Dono fastoso e dono perverso, trad. di A.Perazzoli Tadini, Einaudi, 1995, in Lunario di fine millennio. 366 letture per il Duemila, a cura di Guido Davico Bonino, Einaudi, 1999)
