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Il ruolo della classe dirigente
In questo momento di "transisione e assestamento" non è più chiaro chi debba, o possa, essere il vero responsabile del benessere della collettività. Prima, responsabili si sentivano, da una parte, le dinastie imprenditoriali radicate e impegnate nel territorio, e dall'altra i partiti politici con ideologie precise, con un elettorato identificato da difendere e soddisfare. Oggi questo senso di responsabilità non è più così chiaro. Parrebbe prevalere invece un certo dualismo. Da un lato, una nuova forma di visione "economicistica", convinta che il problema principale sia quello economico (di competitività e altro), che chiede che siano i manager, il mercato soprattutto (e meno conseguentemente la politica), ad occuparsene. Dall'altro, sembra esistere una nuova forma di visione "politicistica" convinta che la soluzione dei problemi dell'attuale società (troppo economicizzata) stia nella capacità della politica, meno ideologizzata e più creativa e innovativa, di rinnovarsi e riprendere il ruolo e il potere perduto negli ultimi anni verso il mercato. Ne consegue un certo rischio di conflittualità nella gestione di progetti veramente utili alla collettività, e pertanto inazione o confusione. Perciò vale forse la pena ricordare che il ruolo della classe dirigente è sì dirigere, ma per servire. E oggi, più che mai, da tutte le parti, si sente impellente l'esigenza di spirito di servizio verso la società. Se non serve (con questo spirito) non serve.
(Ettore Gotti Tedeschi, Il Sole 24 Ore, 21 dicembre 2005)
