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Uno sguardo e una parola
Le tecnologie della comunicazione pretendono di abolire ogni distinzione, di ingannare gli ostacoli del tempo e dello spazio, di dissolvere le oscurità del linguaggio, il mistero delle parole, le difficoltà delle relazioni, le incertezze dell'identità o le esitazioni del pensiero. Le immagini vengono prima, sono spesso rincorse dal turista e spesso anche da chi scrive. Il rinvio di sé agli altri e degli altri a sé, che idealmente racchiude la definizione sia del viaggio che della scrittura, è oggi minacciato dall'illusione di sapere tutto, d'aver visto tutto e, soprattutto, di non avere più nulla da scoprire. Eppure ci sono, nel mondo che ci circonda e in ognuno di noi, delle zone che resistono all'evidenza. Lo scopo del viaggio, della ricerca letteraria dovrebbe essere l'esplorazione di queste zone di resistenza. In un certo senso i non-luoghi e le immagini sono saturi di umanità: prodotti da uomini, frequentati da uomini, ma da uomini esclusi dalle loro relazioni reciproche, dalla loro esistenza simbolica. Sono spazi che non si coniugano né al passato, né al futuro, bensì al presente, senza nostalgia né speranza. Richiedono uno sguardo e una parola; uno sguardo per ricostituire una relazione minima che renda loro una dimensione simbolica, sociale; una parola che li integri in un racconto [...] Gli uomini non possono vivere soli: hanno bisogno di legami, anche se capita di sentirsene prigionieri, di rassegnarvisi o di volerli rompere. Hanno bisogno di paesaggi e quindi anche di testi che li ricreano trasformandoli. La scrittura lega le parole e gli esseri, gli esseri tramite le parole, il lettore all'autore e i lettori tra loro. La scrittura e il paesaggio sono simbolici, ci parlano di ciò che condividiamo e che, per ciascuno di noi, resta diverso.
(Marc Augé, antropologo, Nòva-Il Sole 24 Ore, 6 aprile 2006)
