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Era solo un bambino un po' più grande di noi
Il primo giorno della quinta elementare ero già un bambino piuttosto scafato. Da due anni infatti mi ero adattato all'idea di frequentare ogni giorno lo stesso posto insieme a altri venti bambine e bambini. All'asilo non c'ero mai voluto andare. I miei ci avevano provato. Ma scappavo perchè non mi piacevano le suore coi baffi. Anche in prima elementare volevo scappare, ma avevo capito che era una cosa seria, e che se fossi scappato sarebbero venuti in casa i carabinieri a prendermi. Sempre con i baffi, come le suore dell'asilo. Così mi sono abituato. Ai bambini e alle maestre. Ogni anno una diversa. Sempre più abituato. In quinta elementare arrivò però la sorpresa. Si presenta un maestro maschio. Non sapevo che c'erano anche i maestri maschi. Per me era come una suora maschio [...] Dopo un paio di mesi stava disegnando alla lavagna delle figure geometriche quando il gesso si spezzò in due e si sentì un rumore orribile. Il maestro lanciò un piccolo grido e disse alcune parolacce, una dietro l'altra, ad alta voce. Questa era un'altra cosa strana. Non era una donna e diceva anche le parolacce. Ma lo sguardo con cui ci chiese perdono era uno sguardo che non aveva a che fare con i ruoli. Era lo sguardo di un bambino un po' più grande di noi che proprio a causa dell'età era passato dall'altra parte della barricata e come adulto dovendo fare qualcosa per vivere aveva scelto di essere maestro maschio. Ma spezzandosi il gesso sulla lavagna abbiamo capito che era solo un bambino un po' più grande di noi e con noi voleva giocare. Lui faceva il capo. Lui insegnava e noi imparavamo. Quello abbiamo capito dal suo sguardo che ci chiedeva scusa. E da quel momento abbiamo iniziato a giocare.
(Aldo Nove, ttl la Stampa, 11 marzo 2006)
