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Il principio di prestazione
L'uomo nell'età della tecnica è sempre meno nelle condizioni di "agire", ossia di compiere azioni in vista di uno scopo da lui scelto, e sempre più costretto a "fare", ossia a compiere azioni decsritte e prescritte dall'apparato di appartenenza, di cui non è detto che ne conosca gli scopi e, nel caso li conosca, non ne è comunque responsabile. Se a chi opera è richiesto solo di "operare bene", dove "bene" significa in modo funzionale all'apparato, l'etica si riduce al puro controllo e autocontrollo della funzionalità e dell'efficienza, senza sporgere sull'esito finale dell'attività, che è di competenza dell'apparato e non di chi vi collabora come parte del complesso, del suo ingranaggio [...] Nell'età della tecnica, il "principio di prestazione" preclude l'orizzonte degli obiettivi finali, sia in termini di conoscenza, sia in termini di responsabilità. Anzi, in quanto possibile fonte di azione autonoma e quindi imprevedibile, la responsabilità è vista, all'interno dell'organizzazione, come qualcosa di non funzionale, quando non addirittura di ostile all'ordine [...] Là dove a giudicare le azioni non sono gli scopi, ma solo la funzionalità e l'efficienza con cui questi vengono raggiunti, l'universo morale si estingue, non per negligenza dei singoli individui, ma perchè così prevede la razionalità tecnica degli apparati, la quale non conosce altro pensiero, altra riflessione, altra razionalità che non sia quella "strumentale", capace di valutare solo il rapporto costi-benefici, dove nei costi rientra anche il lavoro umano che, nella perfezione della macchina, ha il suo modello e il suo ideale.
(Umberto Galimberti, la Repubblica, 7 settembre 2006)
